L’ultimo giorno in clinica: cosa vuol dire andarsene?

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Cosa vuol dire andarsene?

È una sensazione fisica in mezzo alle costole, due dita sopra lo sterno: un misto di tristezza, vuoto, entusiasmo e paura. Il tempo si è dilatato dentro di me ed è come se fossero passati anni, come se conservassi un vago ricordo di quando sono entrata con lo sguardo spento e le lacrime agli occhi, incapace persino di parlare.

“Io sono qui”.

Il tempo è passato e io sono qui: può sembrare banale, ma questo mi sorprende perché pensavo che non ce l’avrei fatta, che non avrei resistito all’impulso di morire. È bello dire “sono qui” credendoci, senza voler andarsene per sempre: a volte voglio ancora morire, ma quando passo dalla stazione non immagino più che rumore farebbe il mio corpo lanciato contro un treno in corsa, e quando esco sul terrazzo posso immaginare di stare lì per il tempo di una sigaretta senza la paura di seguire il mio istinto autodistruttivo.

Non sono stata protagonista di un miracolo, perché non è l’intento di questo percorso: metto ancora in atto i miei comportamenti distruttivi, ma non succede così spesso come prima; ci sono addirittura dei giorni in cui non faccio niente di tutto questo e mi sento in equilibrio, come se il mio posto fosse qui, in questo corpo vivo, insieme ad altri esseri umani.

Qualcosa è cambiato.

Considero i comportamenti disfunzionali come un fallimento – seppur irrinunciabile – e non come una risorsa o come qualcosa che combatte dalla mia parte: un modo poco utile per gestire uno stato d’animo o per comunicarlo agli altri.

Sono diventata più consapevole di quello che provo: se c’è un comportamento, c’è dietro un’emozione e dietro ancora un pensiero. So che devo rintracciare questi elementi perché una causa c’è sempre. Non si sta male senza un motivo.

Ho imparato che si può dire all’altro cosa si prova, perché ogni emozione è legittima: bisogna sforzarsi di identificarla sapendo che c’è.

Grazie ai compagni di viaggio.

La vicinanza degli altri pazienti è stata fondamentale: vorrei ringraziarli per avermi salutata con calore, per avermi sorriso se incrociavamo lo sguardo, per essersi fermati a parlare con me e per molte altre cose. Mi hanno fatta sentire reale e mi hanno distolta dai miei grovigli di pensieri, senza alcuna pretesa e soprattutto senza alcun giudizio.

Osservare le persone mente cercavano di rialzarsi mi ha aiutata molto. Le ho viste cambiare da dentro, le ho viste diventare consapevoli, le ho viste sorridere con sincerità: ho vissuto con loro questa felicità stando loro vicino e mi sono chiesta se a me sarebbe mai successa la stessa cosa.

Non so se è successa. So che sono cambiata. So che questi sei mesi sono stati forse i più duri della mia vita, un costante coltello nella piaga che però ha contribuito, almeno in parte, a far guarire alcune ferite. So che non troverò mai le parole giuste per descrivere questa sofferenza, e forse neanche mi importa. So che sono qui e che dovrò lavorare per anni prima di poter dire che sto bene, ma so che in qualche modo posso farcela.

(L’Autrice)

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R-esistere ancora.

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Una persona mi ha detto che nella vita siamo chiamati a provare soltanto la sofferenza che siamo in grado di sostenere. Quello che ci capita ha un senso per il solo fatto di esistere, può essere affrontato e superato, altrimenti non capiterebbe a noi.

Io non sono totalmente d’accordo, ma posso provare a crederci.

Posso tentare di pensare che anch’io merito una possibilità.

Posso frugare in mezzo al caos e trovare la fiducia che mi manca per uscire viva da questo buio.

Posso chiudere gli occhi e immaginare la forza come un’entità reale, una figura umana che aspetto di incontrare a qualche angolo di strada.

Posso resistere.

Ma fino a quando? Arriverà un momento in cui mollerò la presa? In cui il carico sembrerà troppo pesante? Può darsi.

Ma può darsi anche che questa persona abbia ragione, e che io riesca a sostenere anche l’insostenibile.

Per il momento, sono qui.

Lo devo a chi non c’è più, a chi non ha avuto la fiducia di poter resistere. Però ho bisogno che voi mi leggiate, anche senza commentare, perché ogni occhio che si posa su queste righe dimostra che io sono viva. E che ho superato un altro giorno.

(La Bufera)

Qualcosa deve essersi rotto: storia di Simone

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Non so da dove parte la storia del mio dolore, il passato si è risucchiato così tanto della mia vita che ho perso qualsiasi contatto con le reminiscenze o i ricordi.
C’è solo un uragano che s’agita impetuoso di fronte a me, un pozzo che mi ha trangugiato e legato al fondo come uno slave ammanettato al letto dal proprio master.

Ci sono solo gocce di sangue che scorrono sulla mia pelle ancora fresca, ma forse non più fresca come una volta.

C’è solo un vuoto, un’enorme palude di ghiaccio che mi attanaglia e che m’impedisce persino di sentire me stesso. Del resto, tutti hanno bisogno di sentire sé stessi, sentire che esistono.

Tutti ti cercano, tutti ti parlano, danno consigli, ma nessuno capisce. Se solo potessero vedere a occhi aperti l’acerrimo mostro che ringhia dentro di te.

C’era solo un bambino, un tempo, forse felice, prima che qualcosa o qualcuno distruggesse i suoi sogni.
C’era un ragazzino frivolo, che amava entrare in classe al liceo vestito elegante, quasi a doversi distinguere dagli altri.
Voleva solo comunicare la sua diversa sensibilità al mondo, agli altri, a tutti quelli che lo prendevano in giro perché prendeva bei voti, l’unica cosa che lo gratificava. E pensare che sentiva pure di doversi vergognare di fronte a tutti per i voti che prendeva.

Poi venne lei: i primi baci, i primi sospiri, nelle fredde e desolate vie del corso principale in inverno, vennero i brividi che ci serravano insieme, vennero mani che scivolavano lungo il corpo desideroso di esplorarsi. Io volevo tenere sempre la sua mano, anche di fronte ai compagni, volevo essere orgoglioso di quello che avevo, urlare la mia felicità per aver trovato qualcuno che mi amava davvero. Avrei voluto fondermi con lei, sì, una simbiosi reciproca, come una farfalla che si posa sull’antera di un fiore entrando al suo interno per suggerne il nettare.

Poi vennero i due miei amici con cui fantasticavo di avere relazioni, avevo una così grande fame di loro e del loro rapporto che il motivo per cui andavo a suonare in banda era solo per vederli e per ricevere anche solo un briciolo di attenzione da loro.
Venne l’idealizzazione.
Poi non so cosa successe, ma tutto cambiò in me…Forse furono solo abbagli della mia mente insana, ma

iniziai a temere di rimanere da solo per tutta la vita, senza un amico.

Le lacrime scendevano dolci dagli occhi ogni pomeriggio, sotto la doccia, era solo sotto una cascata d’acqua calda che sentivo di poter far fluire il fiume di lava dolorosa che scorreva in me.

Fuori il mondo era finto, la maschera doveva servire a proteggermi, non potevo farmi vedere nudo e fragile così com’ero, mi avrebbero disintegrato, annientato TUTTI. Forse proprio i miei genitori per primi, che non capivano il mio dolore.

Poi venne la mia fidata amica, la lametta.
Vennero la depressione e l’isolamento, vennero le telefonate fatte a tutte le amiche che facevano parte del mio gruppo nella speranza che esse potessero essermi anche solo un attimo di aiuto.
Venne poi l’innamoramento di un compagno di classe.

Non sapevo più chi ero, tuttora non so chi sono, forse sono uno zombie ambulante, uno straccio di persona che continua a camminare perché è spinto da non so quale arcana forza di propulsione.
Ormai sono un vuoto che mi lacera lo spirito, una piaga vivente che cammina, un vaso che si è infranto mille volte ed è stato più o meno riaffastellato ogni volta.

Ma la mia vita è una corsa sul filo del rasoio della pazzia.

Vennero le esperienze omosessuali, i due partner che ho avuto, i litigi, il desiderio fremente e logorante della presenza costante di lui nel tuo letto, che fosse lì a carezzarti la testa, a riempirti di baci, a riempire quella voragine che non aspettava altro di essere colmata di dolcezza.

E venne infine la solitudine, da un giorno all’altro.

Può una sola e-mail cancellare tutto quello che c’è stato tra due persone? Può essere stato davvero amore? Oppure sono stato solo sfruttato? E allora, se metto in dubbio che quello sia stato amore, può esistere AFFATTO l’amore? Che cos’è? Forse un’illusione stupida dell’essere umano, che si appiglia a esso come a un’àncora per sfuggire alle brutalità e ai capricci del Destino?

Vennero allora le follie, il vino, i cocktail bevuti a dismisura, le giornate estive passate sotto il sole a perdere la TESTA, gli esercizi di spinning fatti alla cyclette per più di 30 minuti al giorno pur di sentire qualche cellula della propria fibra MUOVERSI e VIVERE…

Venne la droga e tutto il resto. E venne il collasso finale.

Che cosa resta di tutto questo oggi? Posso dire di ritenermi un ragazzo forte, pronto ad affrontare le difficoltà della vita?

Mi si accusa d’immaturità. Certo, è vero, io sono immaturo, il campione numero UNO degli immaturi. Ma che cosa si cela sotto il mucchio di cenere a cui la mia anima si è ridotta a essere?

Io sento ancora qualche lapillo o tizzone ardere in quell’apatia.

Ma posso davvero essere in grado di ritirarlo fuori e farlo divampare? Oppure rischio di scottarmi di nuovo a causa del fuoco troppo intenso?
Così, in mezzo a un lago sconquassato da onde gigantesche, sono costretto a veleggiare tenendo il timone della mia barca sotto costante controllo, per non perdere l’orientamento e non finire sommerso dai flutti.

Così, in mezzo a questa tempesta, sono costretto a mantenere vigile l’attenzione al fine di proteggermi…Ma la tempesta si placherà un giorno? Potrà mai qualche nuovo raggio di sole fendere questo cupo ammasso di nubi sopra il mio capo? E sarà allora davvero il sole oppure di nuovo abbaglio?
Così, con il cuore sospeso a metà tra mille speranze e mille disillusioni, il mio viaggio verso l’Ignoto procede.

Forward – Play – Stop – Rewind

disturbo borderline - vite borderline

Non riesco più a muovermi. Ogni azione è faticosa, inutile. Ogni parola è assordante. Ho bisogno di silenzio, di buio, del conforto del nulla. Sono stanca. Non so come potrei rialzarmi. Anche scrivere poche righe come queste mi sta togliendo energia.

Vorrei un segno, da qualche parte, che mi dicesse di continuare. Qualcosa che facesse risorgere in me la speranza, la determinazione per combattere questi mostri. Eppure resto qui, così concentrata sull’oscurità che non riesco a vedere niente intorno. La musica mi accompagna. Il sole nasce e muore, una stagione lascia il passo all’altra, ma a me sembra di restare immobile.

Avrò fatto dei progressi? Sarò cambiata in qualcosa? Sicuramente sì, anche se non noto niente. Tutti cambiano, anche le persone disperate. Anche i casi impossibili.

Ma io non mi trovo più.

(La Bufera)

Sono tornata.

O meglio, sono stata costretta a tornare da una parte recondita della mia mente che mi riportava qui, tra queste righe, in queste storie. Non posso fare a meno di raccontare.

Chi mi segue sulla pagina Facebook sa che sto affrontando un periodo di cambiamenti, forse il più difficile della mia vita: devo lottare con i ricordi, estrarli dal buco nero in cui sono rimasti per anni, imparare a non averne paura.

Vincere o perdere. Vivere o morire. Non c’è più un’alternativa.

A volte penso che se non ce la facessi, mancherei di rispetto a tutti coloro che sono immersi in questa guerra. E prima di tutto, a me stessa.

Altre volte però vorrei abbandonare il campo e spegnermi lentamente, perché forse non sono abbastanza forte per questo. Non sono stata istruita per affrontare un carico simile.

Non posso entrare nei particolari, ma se un giorno ne uscirò, racconterò tutto per dimostrare che è possibile superare anche i traumi più drammatici e spaventosi.

In fondo noi siamo una falange compatta che avanza verso le nostre paure più grandi. Unitevi.

Insieme, ce la facciamo.

(La Bufera)