Storia di un Disturbo Alimentare.

Vite Borderline - le nostre storie

Mi ricordo il momento esatto in cui è iniziato. 14 anni. Era inverno, e io avevo sempre fame. Mangiavo in piedi, in cucina, con gli occhi rivolti alla dispensa. Dolci, soprattutto. Cioccolato. Biscotti. Quello che c’era. A ogni boccone pensavo: sto ingrassando. Ma non era un pensiero nitido, più che altro una convinzione nascosta, una paura che il cibo riusciva a neutralizzare.

Tutto è iniziato in un tardo pomeriggio. Fuori era buio e io indossavo ancora i vestiti della palestra. Sono sgattaiolata in bagno e mi sono pesata. Ricordo un tuffo al cuore e un rumore secco dentro di me, impercettibile, come quando qualcosa comincia d’improvviso a funzionare – o a rompersi. Non sapevo di rientrare nella fascia del normopeso. Ignoravo i concetti base della nutrizione.

Avevo deciso che quel numero era troppo. Che dovevo tornare piccola. Senza un perché. Dovevo e basta.

In un’estate persi molto peso. Persi il ciclo, i capelli e la voglia di vivere. Cominciò ad accompagnarmi una stanchezza perenne, insieme alla depressione. La solitudine: quella l’avevo sempre provata, indipendentemente dal peso o dalle energie che avevo in corpo. Però non avevo ancora raggiunto quello che volevo. Nessun obiettivo di peso per me. Semplicemente mi guardavo allo specchio e pensavo di non andare bene, ancora.

Ma la fame era tanta. Cominciai ad abbuffarmi, e a punirmi. A punirmi per tutto, anche per quello che non riguardava il cibo. Piccoli tagli, all’inizio. Ferite che non hanno lasciato traccia visibile, se non nei ricordi.

L’estate successiva, cominciai a vomitare. E fu l’inizio del disturbo vero e proprio, quello che in 10 anni non mi ha mai lasciata. Mangiavo insieme agli altri e poi correvo in bagno. Perché non riuscivo più a restringere e a digiunare come prima.

Poi nemmeno quello bastava più. Avevo sempre bisogno di cibo. Di tanto cibo. La mattina, invece di andare a scuola finivo al supermercato. Finivo sulle scale di qualche chiesa del centro, su una panchina o un marciapiede, a riempirmi fino a sentire lo stomaco stracolmo, dilatato e indurito. Poi, cercavo un bagno. A volte entravo a scuola solo per vomitare. Dopo un’ora riuscivo di nascosto, ma non m’importava di essere scoperta. Avevo le mani distrutte dai denti, la pelle cianotica, punteggiata di capillari rotti. L’unico pensiero era come procurarmi soldi per l’abbuffata successiva: ho venduto di tutto, ho rubato di tutto, soprattutto dalle tasche dei miei familiari, di chi mi voleva bene.

Qualcuno si accorse che stavo male. Cominciai a vedere una psicologa dell’asl, ma la nostra relazione si trasformò in una fortissima dipendenza: lei divenne il mio unico senso, la suprema ragione di vita. Non pensavo ad altro. Contavo i giorni che mi separavano dalla seduta. Immaginavo di incontrarla per caso. Di parlarci, di abbracciarla. Non avevo altro. Lei, che inconsapevolmente mi teneva ancorata alla vita, e la bulimia, che insieme alla depressione contribuiva alla mia voglia di morire.

Una volta ci riuscii quasi, a morire, con tante pasticche nello stomaco. Mi ricoverarono in tossicologia e lì fui brava a mentire.  Dissi che avevo fatto un errore, che non volevo farla finita. Che avevo tanti impegni, tanti amici, per cui non potevo stare ancora per molto in ospedale.

Presi appuntamento con una psichiatra. Fu lei a prescrivermi i primi psicofarmaci. Stetti meglio, per un periodo. Grazia alla paroxetina, alla serotonina e a qualche altra sostanza introdotta nell’arco dell’anno. Poi, arrivò come un macigno la dipendenza da benzodiazepine. Da alcol. Dalle persone sbagliate. E la dottoressa cominciò a parlarmi di disturbo borderline e di ricovero in psichiatria. Proprio nell’anno dell’esame di maturità.

Trascorsi un mese in psichiatria ma riuscii comunque a dare l’esame. Non potevo tollerare di fallire o di rimanere indietro. I miei problemi non si risolsero con il ricovero. Ottenni solo altri farmaci e altre figure di riferimento. A un certo punto la mia psichiatra si arrese. Disse che non sapeva più cosa fare. Che dovevo provare con la terapia familiare. Con il tempo, cominciai a sentirmi abbandonata da lei. E un giorno me ne andai. Sentivo tutto il peso delle diagnosi e dei fallimenti.

Provai di nuovo a morire, ma stavolta fui io a fermarmi in tempo. Mi rivolsi a un’altra psichiatra, che dopo un colloquio di mezz’ora si rese conto di quanto stessi male e mi fece ricoverare. Fu impressionata dalle mie braccia piene di tagli e dal mio sguardo triste e basso, come se avessi paura di incontrare i suoi occhi. Sempre in psichiatria. Stavolta per 2 mesi e mezzo. Altri medici, altri farmaci, altra confusione. Ma dopo il ricovero recuperai un po’ di energia mentale e per un periodo riuscii a stare meglio.

Come succede sempre, quando sto meglio comincio a restringere. A dimagrire. E con il dimagrimento, in poco tempo, anche quella volta tornarono le abbuffate pesanti. L’alcol e i tagli, invece, non mi avevano mai lasciata del tutto. Cambiai di nuovo medici. In quel periodo, cominciai a capire, con dolore, quali fossero le cause della mia malattia. Cause raccapriccianti, indicibili, che in gran parte risalgono all’infanzia. Sotto il peso di ricordi che non pensavo di poter sostenere, raggiunsi il culmine della mia sofferenza. La bulimia dominava la mia vita. La voglia di farla finita era più forte che mai.

Ma c’era qualcos’altro, in me, a spingermi a resistere. Qualcosa di primordiale, un istinto di preservazione che mi indusse ad accettare un altro ricovero, stavolta in una clinica specializzata per disturbo borderline e dca. Sette mesi di grande fatica, di pianti, di voglia di morire. Sette mesi per cambiare. Sette mesi per capire che invece di farmi del male, potevo scegliere di direzionare la mia vita. I sette mesi più duri che abbia mai passato.

Da quattro mesi ho finito il mio percorso in clinica, e non sto bene. Ancora. Però posso dire di averci provato e di provarci ogni giorno. Non proprio ogni giorno. Spesso penso a quanto sia inutile la mia vita, a quanti sbagli abbia fatto. Ma finalmente mi porto dietro una consapevolezza maggiore di quello che provo, delle cause del mio malessere – quelle profonde e antiche, e quelle concrete che provocano ogni emozione.

Dopo decine di medici, posso dire di averne trovati due che capiscono il mio bisogno di vicinanza, il mio terrore della solitudine e dell’abbandono. Due che mi danno valore in quanto persona, al di là delle diagnosi o della gravità del mio caso. Accettano il pericolo costante che io decida di mollare, di farla finita, com’è avvenuto poche settimane fa. Ma hanno fiducia che io continui con loro su una strada diversa, perché forse le risorse non mi mancano, altrimenti non sarei arrivata fino qui.

Sono una persona acciaccata, ferita, violata. Lo sarò sempre. Ma devo prendere atto che non ho niente di sbagliato. E che posso meritarmi di stare bene, come tutte le persone del mondo.

Buon 15 Marzo. A tutti voi.

(L’Autrice)

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Le vie dell’autodistruzione sono infinite.

viteborderline - in bilico tra caos e silenzio

Non è solo l’aver avuto brutti traumi, aver subito violenze varie, essere diventati adulti con un po’ d’ansia e comportamenti pericolosi.

No. C’è un abisso sotto, ed è fatto di puro terrore costantemente in movimento, desiderio di cancellarsi, continue voci che sussurrano che non sei nessuno, che meriti il dolore che provi, che andrà male qualsiasi cosa tenterai di fare.

Non è un vita in cui ogni tanto si cade nell’agitazione, tragicamente non è una vita e basta.

E’ come nuotare disperatamente in mezzo ad una tempesta che non si calma mai. Il pericolo è sotto di te, è alla tua destra, alla tua sinistra, sopra, è ovunque. Viene preso alla leggera questo sentire troppo intenso, ovunque dita puntate e pronte a definirti frettolosamente, senza comprendere. Una piccola cosa può diventare motivo di dolore lancinante per me, e a scriverlo non sembra così invalidante come a conti fatti è. Io riesco a non provare niente o a provare troppo, questi sono gli estremi in cui vengo sbattuta senza pietà dalla mia testa. Sono vuota e rotolo come una lattina polverosa, sono piena e scoppio e trabocco ed esplodo.

Le vie dell’autodistruzione sono infinite, e quando ti trovi a sbalzare come una scheggia impazzita tra il tutto pieno di nulla, il nulla pieno di tutto, il nulla pieno di nulla, il tutto pieno di tutto, può venirti voglia di ispezionare ed aprire l’involucro che hai per capire se sei reale, cosa è reale, se qualcosa, almeno un piccolo frammento di caos e di dolore se ne possa uscire da li dentro.

Oppure immettere e rimettere, per vedere se riesci a funzionare come una macchina che ha ancora qualche chilometro da percorrere. In alternativa morire, per smetterla di percepire ogni movimento come se fosse uno sporco tranello.
La diffidenza e il dubbio non dovrebbero annegare ogni slancio, eppure se ne stanno inchiodate nello spirito, succhiando e soffocando tutta la buona volontà di riuscire ad essere qualcosa di più che un nodo di distorsioni.

La beffa è che ho dei desideri, anche se mi inceppo, mi spengo, mi riaccendo, mi inceppo ancora.

Ne ho tantissimi ed è quasi ingiusto. Mi sento improbabile, inadatta, ridicola, indegna, minuscola, grottesca. Però io nell’amore ci credo ancora, ditemi pure che sono una testa di ca**o.

(Questo è un commento che Jun K Kaja ha scritto sotto un articolo qualche tempo fa. Ho deciso di pubblicarlo perché lo trovo bellissimo per come riesce a esprimere il dolore e il caos che si provano dentro)

Morire.

“Morire
è un’arte, come ogni altra cosa.
Io lo faccio in modo eccezionale.
Io lo faccio che sembra come inferno.
Io lo faccio che sembra reale.”
Sylvia Plath

Ho pensato che la morte ponesse fine al mio strazio.

Alla condanna di precipitare nel vuoto senza poter urlare. A una vita fuori posto, perché nessun luogo e nessuna persona sembrano riempirti.

Ho pensato che la morte fosse una punizione esemplare.

Un modo per pagare gli errori accumulati negli anni, per gratificare chi vorrebbe vedermi cadere. Per dimostrare che non sono capace a fare niente tranne che, appunto, a morire.

Ho pensato che la morte fosse una via di fuga.

Un’ottima scusa per non affrontare le battaglie di ogni giorno. Una pausa perenne dagli obblighi che mi sento addosso, come quello di soddisfare gli altri, di piacere a tutti, di farmi usare.

Ho pensato che la morte fosse una medicina.

Uno psicofarmaco qualunque che fa dormire per evitare di pensare. E in fondo non m’importa di non potermi risvegliare, dato che ogni risveglio, ogni attimo, prosciugano le mie forze come dopo una corsa.

Ho pensato che la morte fosse una resa.

Un’uscita d’emergenza che non denota grande coraggio, ma piuttosto codardia e impazienza.

Invece ho capito che il benessere va costruito in qualche modo, avendo fiducia in quello che riusciremo a fare.

Ho imparato che ci si trasforma anche senza accorgersene, e poi, d’un tratto, ci troviamo cambiati.

Aspetto quel momento.

Aspetto una persona diversa nello specchio, una voce diversa che si stampa contro l’aria.

Delle impronte diverse, più decise e piene, sulla sabbia, la prossima estate.

(L’Autrice)

Miriana K.: non voglio sentire più nulla

Sono un disastro

mi tremano le mani,

tremo tutta,

mi trema il cuore.

Sono brava a dare consigli,

ma quando si tratta di me allora cade ogni riserva.

Mi sento sola, sono sola.

Sono una persona del cazzo,

non riesco a fare simpatia, non riesco a durare nel tempo.

Ho deluso tutti, anche me stessa.

Ho mentito a tutti.

Sono una persona sporca,

non dovrei neppure alzare lo sguardo da terra.

Faccio fatica anche a guardarmi allo specchio,

non mi riconosco.

Non sono io.

Voglio avere dieci anni.

Voglio tornare indietro.

Il futuro mi spaventa,

ho paura di ogni cosa, di lavorare, di non lavorare, di conoscere, di non conoscere, di fare amicizia, di non fare amicizia.

Non riesco più a fare progetti,

ogni cosa che volevo prima

adesso forse non la voglio più.

Penso spesso alla morte.

Al buio che potrebbe mettermi in salvo,

poi ho troppa paura di deludere ancora,

di fare stare male lei, di creare altri casini.

Allora resisto,

ma spero ogni mattina di non svegliarmi,

di non aprire gli occhi,

di non respirare più.

La morte fa male? Cosa succede poi?

Al buio non voglio stare.

Il buio mi spaventa.

Vorrei un abbraccio.

Vorrei assaggiare la felicità per quattro secondi.

Vorrei poter non esistere,

vorrei essere tutti tranne che me.

Non voglio insulti, non voglio grida.

Non volevo. Non voglio niente

Voglio passeggiare per ore sulla spiaggia,

chiudere gli occhi,

non sentire nulla.

Il dolore che mi fa mancare il respiro è grande, grandissimo.

A volte lo sento, il cuore,

stracciarsi come una pezza vecchia,

si frantuma,

diventa ghiaccio.

Non mi voglio più bene, mi odio, sono una brutta persona.

Si, M. non aspettarti niente da me hai ragione,

io non so neanche se ci sarò, scusami.

La pioggia è pesante, cade.

Non respiro, non trattengo, non vivo.

Vi sto dando problemi,

ne ho sempre dati da quando sono piccola,

mi spiace, vi siete beccati me, avrete la vostra ricompensa.

Non so se riuscirò mai più

a uscire da questa sofferenza,

me la sento dentro, nelle ossa.

Tutte le cose belle adesso sono brutte.

Non mi piace più niente.

Non posso piangere,

eppure voglio,

non riesco,

piango.

Non sento più la mia anima,

è vuoto dentro e fuori.

Ovunque è vuoto,

e silenzioso.

Mi bruciano gli occhi,

le lacrime bruciano,

come sale.

Controcorrente si muore, ok.

Non sono bella,

non lo sono mai stata,

sono un mostro e

anche dentro

nulla è bello.

Do solo sofferenza.

Vorrei non essere mai venuta al mondo,

è un affronto per chi non c’è più,

mi spiace,

non voglio offendervi,

sono solo molto stanca,

perdono.

Elisa: a volte avrei voluto non essere mai nata.

A volte avrei voluto non essere mai nata, per non sentire tutto questo freddo; e non intendo il gelo dell’inverno, ma quello tagliente dell’anima, quello che screpola il cuore, che lo lascia senza sogni, speranze, senza un futuro davanti, senza luce, bagliori, stimoli, colori e sogni da seguire.

A volte avrei voluto non essere mai nata per non vedere le atrocità del mondo che mi circonda: la guerra, la fame, l’ipocrisia, ma soprattutto la cattiveria a cui può giungere la mente umana…Già, la mente umana; la macchina migliore e peggiore al tempo stesso; il congegno più brillante e perfido che sia mai stato messo a punto, da chi poi…Da Dio, dall’Universo, chi lo sa…Tutto dipende da come la si usa, sempre ammesso che tutto non sfugga dal nostro controllo…Ed anche sul controllo, sull’autocontrollo, si potrebbe parlare per giorni interi, forse per mesi, per anni…Per poi sfociare in quel meraviglioso ma allo stesso tempo atroce mondo delle emozioni…Le emozioni…Loro che possono tutto…Loro che possono spingerti a fare cose che la mente razionale, logica e matura bloccherebbe all’istante; loro che ti portano al limite; loro che ti smuovono dentro, in tutto e per tutto…Se non fosse per le emozioni, per la loro esistenza, saremmo identici alle macchine, forse più avanzati, o forse più mediocri…Magari più saggi, liberi dai condizionamenti dell’amore, degli affetti, ma infondo che vita sarebbe senza tutto questo? Che vita sarebbe senza l’amore?
Eppure a volte avrei voluto non essere mai nata proprio per questo. Per tutto ciò che Lui, l’Amore, ha causato dentro di me, per tutto questo scompiglio, queste lacrime, questo turbinio di emozioni, di passioni, di ardere, spegersi, ardere ancora e di nuovo spegnersi per poi lasciare cosa? Un vuoto immane, una solitudine ed un isolamento tale da non sentire più niente.

Ma in fondo no, non è colpa dell’Amore, ma solo mia…Mia che, molto probabilmente, anzi, certamente, sono un essere troppo piccolo e sciocco per abbracciare e tenere dentro un sentimento così grande e puro, nonostante l’abbia sempre celebrato, adorato, venerato e, soprattutto, come tutti i comuni mortali, non possa farne a meno.
Perché l’Amore è dappertutto, in ogni cosa…L’Amore è nel primo respiro al mattino anche se sembra che sia carico d’odio, perché anche in quest’ultimo, nell’odio, c’è dell’amore…Per odiare bisogna aver amato, amato tanto, talmente tanto da essersi svuotati e caricati di rabbia, una rabbia distruttiva ed ardente che si è tinta dei colori dell’odio…
Ma l’odio non porta da nessuna parte, se non nel verso della distruzione, del logorio e fa male a tutti, ma in primis a se stessi.
E c’è Amore anche quando si dice “Basta, non voglio amare più”, perché non si può smettere di amare, anche quando lo si desidera talmente tanto da volerlo davvero, perché c’è amore anche li, nel desiderio…Non si può smettere di amare, è nell’indole umana amare e non potremmo mai smettere di farlo.

Eppure, a volte, avrei voluto non essere mai nata proprio per non amare, perché per me amare vuol dire amare, ma con la A maiuscola; vuol dire dare tutta me stessa fino a svuotarmi l’anima, fino a non avere più niente ed è sbagliato.

Io che non mi sono mai amata, ho sempre amato tanto. Assurdo, eppure è così. Dovrei amarmi di più, ma non ci riesco.

Non riesco ad amare questo animo fragile, questa faccia ormai spenta e questa testa alla rovescia; non riesco ad amare il mio cuore svuotato, la mia anima infranta e tutto ciò che ho fatto a me stessa ed alle persone che davvero mi amavano.
Ed è per questo che a volte avrei voluto non essere mai nata; per questo e per mille altri motivi.

Per non assistere alla morte di mio padre; Dio, se solo avessi potuto fare qualcosa. Ma no, nulla era possibile, nulla lo è stato…Ed io lì, inerme, come al solito, come sempre. Piccola in un mondo troppo grande; inutile come mi sono sempre sentita a guardare l’unico uomo che mai mi avrebbe tradita andarsene, andarsene per sempre.
E sono immagini che non dimentichi, attimi che il cuore porta con sé per il resto dei tuoi giorni; flashback che la mente continua a riproporti e tu non puoi far altro che osservarli e renderti conto di quanto la vita possa essere breve e riservarti delle sorprese a dir poco non gradite, mentre continui a startene li, con la tua convinzione di non servire a nulla e di contare ancora meno, ma con la consapevolezza che, almeno per lui e per tua madre non è cosìEd allora cerchi di andare avanti per loro, per renderli orgogliosi e fieri di te, perché sono le uniche persone che lo meritano, che lo meritano davvero, in mezzo a tanti per i quali hai dato il cuore ma che in realtà si sono rivelati solo falsi amici, ma ormai non importa, ormai il prezzo l’hai pagato, a spese care, con interessi salatissimi, ma è un problema tuo, come tutti gli altri, e l’unica cosa che puoi fare è guardare avanti, sperando che un giorno ti passi il pensiero malsano di chiederti “Perché sono nata?” e venga sostituito da una risposta, anche se, nella vita, le risposte sono poche e poco certe.

Storia di Marta: fare della diversità un punto di forza

Per tutta la vita mi sono sentita inadeguata e questo si è proiettato nella realtà nella mia storia personale. Solo perché mi sentivo diversa. Quando esternavo il mio profondo lo leggevo nei loro pensieri. Ma ciò che trasmettevo era null’altro che la mia autocritica che diventava il loro sconcerto.

Ogni parola, ogni sguardo erano delle mazzate: e tutti mi sembravano così sicuri, impeccabili. Mi sentivo la peggiore.

E infatti mi sono cacciata nelle peggiori situazioni fino a toccare il fondo.
Ho familiarizzato con il buio e mi sono arresa all’idea che anch’esso fa parte di me l’ho accettato ed amato, amando il mio tenebroso ho conosciuto il mio vero intimo. Ed allora splendo e brillo più di ogni altra. Certo, oscillo: ma accetto la cosa.
E non potrei mai essere più contenta del mio alternare, perché il nostro “eccesso” si contrappone alla staticità dei dormienti – così definisco ora quelle persone che prima tanto invidiavo ma che non sentono, non percepiscono, non osano.
Noi invece siamo vigili e presenti non abbiamo filtri e costruzioni non siamo mascherati. Noi possiamo perché siamo.

Viviamo la tragicità o l’euforia. Ma questo è stupendo perché quella stabilità è la vera morte. Senza emozioni sarebbe morte. E se proviamo il desiderio di morire è in realtà la volontà di non sentire. Finché siamo vivi alterniamo i nostri stati d’animo così d’improvviso e tutto il mondo muta in ogni istante. Così come noi che senza maschere e filtri ne siamo in contatto diretto lo percepiamo e cambiamo con esso diventando persone diverse.