Quando lui diventa una dipendenza: Matilde

Serata andata bene.
A parte questo, ci ricado sempre.
Su di lui, non sulla droga.
E’ l’unica dipendenza che non riesco a troncare. E quella più dolorosa. Quella che più delle altre non mi porta da nessuna parte.
Abbiamo parlato, è stato pure bello. Abbiamo dormito insieme, gli ho sussurrato un po’ di cose.
Dice che l’unica cosa che puo’ fare è capirmi e riflettere.
Ogni volta riflette, ogni volta sceglie loro e mi lascia qui da sola.
Ogni volta muoio.
Ma lo ricerco sempre io,
sempre
Aiuto
Mi voglio bene
Ho fatto un casino di strada
E sono ancora qui a piangere…

Matilde

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Se devi mettere al mondo un figlio per poi fargli del male, non farlo.

Fai finire quello schizzo di sperma da qualche altra parte ma non farne una vita.

Perché sai, quella figlia a cui poi farai del male potrebbe riuscire a crescere bene lo stesso, oppure ritrovarsi a 18 anni a farsi in vena di eroina, a non mangiare, a farsi sfruttare sessualmente e/o sfruttare sessualmente gli altri diventando una porno attrice sottopagata, tagliandosi e tentando più volte il suicidio sperando che ogni volta sia quella buona.

Quella figlia a cui hai fatto del male ora si odia, e si distrugge, e distrugge gli altri perché vuole vedere che anche gli altri possono soffrire.

Quella che un giorno vedrai in un video pornografico su internet è quella che, fino a quando non ha iniziato a crescerle il seno, era la tua bambina, quella che chiamavi “principessa”, quella che chiamavi “Biancaneve” per i suoi boccoli nero corvino e il suo incarnato bianco candido.

E ora guarda quei boccoli neri tingersi di sperma, e quell’ incarnato macchiarsi di sangue.

Ti odio e ti amo.

Ester

http://esteranamanson.blogspot.it/

Assenze

Eri là dove nessuno poteva toccarti,

sfiorarti.

Solo io vedevo il nero di quella tua giornata.

Ti ho accarezzato quel giorno e non te ne sei accorta

Mi sono sentito solo allora,

non capito.

Vedendo la tua non risposta

mi sono chiuso.

Sai, nel mio mondo ora ci sono alberi secchi.

Vogliono acqua…

la nostra.

(Alberto)

Non potete capire cosa si prova nel baratro

Vorrei spiegare cosa si prova a convivere con questi mostri dentro, ma non è facile. Non è facile mettersi a nudo e spiegare a parole quello che si vive in quei momenti, perché per quanto tu possa spiegarlo nel modo migliore possibile nessuno mai riesce a capirlo fino in fondo: certe cose bisogna viverle per comprenderne l’intensità.

Ma se qualcuno anche solo per un misero istante provasse ad immedesimarsi in Noi, a starci vicino ed accettarci con tutti i nostri limiti e paure forse avremmo più forza per uscirne; ci sentiremmo meno soli e meno “diversi”, ma la verità è che nessuno ha il coraggio di farlo, anzi, di fronte a certe realtà tutti scappano via.

Basta poco a volte. Appena ti lasci andare e dici: “Ho paura”, oppure “Sto male”, o “Mi hai deluso! Non ce la faccio..” si spaventano e l’unica cosa che riescono a fare è accusarti e abbandonarti al tuo destino. Un destino fatto di vuoto, rabbia e voglia di sparire.

Ma se vi fermaste un attimo a pensarci, ognuno di voi avrà avuto almeno una volta paura di non farcela, vi sarete sicuramente sentiti impotenti, vulnerabili, persi di fronte ad una realtà atroce sulla quale sapevate di  non aver nessun potere.
Vi sarà sicuramente capitato di perdere il significato di ogni vostro gesto, vi sarete chiesti che senso aveva continuare e cosa volevate davvero da questa vita: vi sarete sentiti inutili, soli e demotivati. Succede dopo una grande perdita, in momenti di crisi, dopo un abbandono, dopo un ingiustizia subita: ma sono momenti appunto, che magari avrete superato senza neanche accorgervene o forse con molta sofferenza ma li avete superati grazie a qualcosa che avevate dentro, qualcosa che vi è stato trasmesso.

Avrete attinto a quell’Amore incondizionato che accresce l’autostima, fa riacquistare vitalità e speranza nel futuro, fa venir voglia di essere migliore:

ma purtroppo a molti quel tipo d’Amore è stato negato. Ed è come se ti mancasse un pezzo di cuore. Qualcosa dentro di te resta difettoso per sempre.

Ti manca qualcosa che non potrai mai più ricevere da nessun’altro. Ti manca l’Amore di un padre e una madre, ti manca il senso di appartenenza, di protezione e accettazione che solo un genitore può darti: e per quanti sforzi tu possa fare, per quante persone possano donarti il loro amore, quel vuoto non si riempie. Quel tipo di legame resta insostituibile.

Quelli che per voi sono stati solo “momenti di crisi” per noi sono giorni, settimane, mesi, anni: diventano  vita quotidiana.

Cosa avreste fatto se quei momenti non fossero finiti? Cosa avreste fatto se quelle sensazioni fossero durate anni interi senza sosta? E come avreste reagito se mentre affrontavate tutta questa merda da soli qualcuno con tono strafottente vi avesse detto che eravate solo dei falliti che si piangono addosso e non sanno affrontare la vita?

Ma sono sicura che anche dopo aver letto tutto questo non capirete cosa si prova a sentirsi come mi sento io e come si sentono tantissime altre persone che magari si nascondono dietro falsi sorrisi e frasi di circostanza e indossano mille maschere mentre dentro muoiono per non disturbare il vostro quieto vivere, fatto di apparenza e luoghi comuni per cui sinceramente provo quasi nausea.

Come si può spiegare questo nostro sopravvivere a chi ci guarda dall’esterno con occhi critici,

come si può spiegare la sensazione che provi quando sei in mezzo alla gente e tutti ti scrutano ma nessuno ti vede,

come puoi spiegare il vuoto che senti annientarti da dentro,

come far capire la sensazione di disagio tremendo che provi quando ti rendi conto che sei solo al mondo

che nessuno ti accetta, nessuno da valore al tuo esistere.

Come spiegare la voglia di ingozzarti di cibo che ti prende e la voglia che hai di piangere subito dopo, e il sapore del cibo non lo senti quasi più, come poter dar voce alla paura che hai di perderti, di impazzire, di restare da sola con i tuoi demoni.

Come spiegare quanto una frase, un sorriso non ricambiato, un sospiro o un silenzio ti possano ferire e far piangere per una notte intera,

come poter tradurre in parole l’ansia che ti prende anche solo nell’entrare in un supermercato, nel parlare con la gente,

come far capire l’odio per te stessa, per il tuo corpo che distruggi in continuazione.

A volte le parole non ci sono…non riescono proprio ad uscire.

(Francesca Di Carlo)

Ora che sapete come sono, riuscite ancora a guardarmi?

Ero fragile.

Troppo.

Cresciuta sotto la protezione asfissiante dei miei genitori.

Mi coccolavano, mi davano tutto, mi viziavano.

Negli occhi solo luce.

Mia sorella gemella, i nonni, l’affetto, la gioia.

Una vita ovattata fatta di casa, scuola e genitori.

Arrivò d’un tratto l’adolescenza.

Mi sentivo impaurita.

Mi sentivo esclusa, c’erano loro, gli adolescenti, quanto sanno essere crudeli.

Non mi volevano, ero troppo diversa: chiusa, ingenua. Non parlavo.

Elena lo sai che non vali un cazzo?

Elena ti piace scopare?

Le loro risate terrificanti.

La mia fragilità calpestata.

Mi sentivo nuda… Piangevo.

Loro non capivano, nessuno capiva.

Ero troppo piccola per sopportarli, derisa crudelmente.

Si aprì una voragine nel petto.

Le insicurezze.

L’età più bella spesa a piangere, a odiarsi, a non essere capita,

a scappare dai miei genitori, dalla mia “culla”, per giorni, senza che nessuno potesse più trovarmi.

Voglia di morte.

Ci provai.

Ora salto dal balcone.

1…

2…

3…

Vi lascio tutti e fanculo, fottetevi.

Nessuno mi voleva per com’ero realmente. Proprio nessuno…

La bambina era ferita, persa.

Adesso dovevo cambiare, in fretta.

Non volevo amare.

Desideravo non essere mai nata.

Non volevo credere.

Volevo solo autodistruggermi, implodere.

Emozioni sfrenate.

Provare di tutto.

Strafarmi della vita.

Come droga: sesso, uomini, sudore.

Sentirsi subito bella, erotica, tagliente, eccitante.

Essere la donna più desiderata di tutte.

L’emblema della passione unita al pericolo.

Tu sei mio. Stanotte. Adesso.

Eri bello, chiaro.

Il riflesso delle mie paure.

Ti ho avuto. Mi hai avuto.

Continuavo.

Caos, scorciatoie.

Ero lì nel letto, spargevo lacrime e dolori.

Uomini di cui non m’importava nulla.

Violenza psicologica e nella carne.

Poi la luce finalmente dopo quattro lunghi anni.

C’eri tu, c’eravamo noi, il sogno.

Ti stringevo.

Finalmente ridevo.

Guardavo i tuoi occhi e mi sentivo libera, felice.

La paura svaniva.

Mattina, pomeriggio,

sempre nella mia testa, tra le mie gambe.

Il cuore esplodeva.

Prima piano, poi dolce, poi forte.

Era amore non sesso.

Lo sentivo nella pelle, negli sguardi, nei sospiri di piacere.

Farò di tutto per te.

Sei la mia vita, non ti perderò mai, ti voglio per sempre.

Sarai mio marito, mio amico, mio complice.

E poi, di colpo il baratro.

Non ti voglio  più, non sei quello che cerco.

Eri diverso, mi hai deluso.

I sensi di colpa fortissimi, accecanti.

Mi fai solo schifo…

Crolla tutto.

Oh, la mia testa. Oh, quanto ti odio. Oh, la rabbia.

Voglio ucciderti. Si, ti uccido. Ti taglio la gola.

Così finisce tutto, lo sai?

Finisce il mio dolore, il tuo, il nostro.

Non potevi darmi un futuro concreto.

Che cosa avevo fatto in questi anni? Perso tempo?

L’illusione di poter convivere con uomo maturo.

No, tu non lo eri, non lo sei mai stato.

Eri solo la mia idealizzazione.

Il frutto d’idee che avevo maturato nella mia testa malata.

Mi hai dato un amore a metà.

Mi ero illusa di poterti cambiare, di averti per sempre.

Ok, ti lascio andare.

Addio. Addio.

Il cuore esplode. Non può essere finita.

Non saremo mai felici.

Non importa. Sarò sola per sempre. La vita continua.

Spero avrai tutto quello che di bello c’è, una  nuova donna,

una casa, due figli quelli che volevamo noi.

Ora però c’è la pioggia.

I miei occhi sono vuoti. Crollo di nuovo.

Altri uomini senza un futuro.

Non vi voglio. Voglio me. Voglio amarmi.

Stavolta l’amore lo farò con me stessa.

Autoerotismo.

Le mie mani scivolano sul basso ventre,

accarezzo la mia pelle morbida,

e poi ancora più in basso negli slip.

Sento il calore esplodere dentro di me.

Sento il piacere farsi umido.

Tocco il momento più alto del piacere.

La mente esulta, godo delle mie mancanze, delle mie paure.

L’orgasmo è fatale. Ho l’inferno dentro. Così tiepido…

Sbatto le palpebre, ecco la mia nuova vita.

Niente uomini. Sola con me stessa.

Contro tutto e tutti.

Non dipendo più da nessuno.

O forse mi illudo ancora.

Ma l’illusione si sa, ti fa vivere a metà..

E forse voglio proprio vivere cosi, a metà, in bilico.

Fra paura, passione, rabbia e amore.

Ma adesso voglio una vita diversa. La pretendo.

Devo cambiare.

Ho un mostro dentro di me.

Una donna fragile. Pericolosa.

Attratta dagli effimeri piaceri, sbagliati, inutili.

Sono un vaso di vetri rotti, frantumato

e ovunque cammino mi ferisco i piedi. Sanguino,

ma non ci faccio caso.

Amo ancora intensamente il mio dolore.

Ora dipendo da lui. Sono la sua schiava.

Così passiva e così psicologicamente fragile.

Mi lascio legare, possedere.

La notte per lui è più facile.

Mi stritola, mi cinge con le sue braccia possenti.

E fa di me ciò che vuole per ore.

Non mi lascia scampo. Abusa.

Al mattino mi sorride, non gli interesso più,

aspetta le tenebre per disturbarmi.

Io cerco di non annegare nella sua furia.

E’ difficile lo so, ma ci provo.

Le provo tutte, poi però ricado.

Le abbuffate pesanti con il cibo.

I ripensamenti costanti, il mio passato che ritorna.

La morte.

Davvero la vita è tutta qui?

Davvero continuerò cosi per sempre?

Davvero è questo quello che voglio?

Davvero la nausea è più forte del tentativo di volermi amare?

Davvero non c’è niente per cui vale la pena vivere?

Voglio solo salvarmi e dire: si ce l’ho fatta.

Mi voglio sentire bella senza che siano gli altri a farmelo credere.

Voglio diventare autonoma. Stimarmi.

Non serve uno psicologo per farlo.

Niente strizzacervelli o amici.

Ci sei tu e il tuo disagio.

La tua voglia di farcela quant’è grande?

1 o 10?

100 o 1000?

Numeri..

Forse ci sarà qualcuno così forte da accettarti per quella che sei,

che ti vorrà bene nonostante sei uno schifo.

che farà di tutto per renderti donna, mamma e fiera di essere la sua compagna.

Ma adesso non c’è tempo per questo devo ripartire da zero.

Voglio una vita, un futuro, un lavoro che non sia soltanto un banale conto in banca,

voglio un lavoro che mi faccia svegliare ogni giorno con la voglia di combattere,

di crescere, di capire.

Voglio un lavoro e una vita che mi diano ogni giorno la possibilità di essere migliore.

Ecco cosa voglio.

Ma la risalita è difficile.

Ogni giorno rinasco e crollo.

Non so ancora se diventerò fenice o resterò cenere.

Ma adesso rispondetemi: ora che sapete come sono, riuscite ancora a guardarmi?

(Elena)

Broken – tu mi hai ridotta in pezzi.

Ero chiusa in quel bagno, sperando che un po’ di quella polvere bianca potesse non farmi pensare a te. Non l’avevo mai fatto prima di conoscerti, non ne avevo mai avuto bisogno.
Tu mi hai portato anche a questo ed è una cosa che non ti perdonerò mai.

La musica continuava a rimbombarmi nelle orecchie ed una volta uscita da lì ero completamente sola, con il cuore che stava per esplodere e l’adrenalina a mille.

Non avevo bisogno di te in quel momento, non ho avuto bisogno di te tutte le altre volte in cui per disintossicarmi da te mi sono intossicata di altro.

Ero forte come non lo ero mai stata. Potevo badare a me stessa. Potevo divertirmi, tanto tu non c’eri.

Passato l’effetto tornavi tu, puntuale come ogni volta, a destabilizzarmi, a ricordarmi che una possibilità io e te non ce la meritavamo.

 

Di nuovo il vuoto. Di nuovo il pensiero di non essere all’altezza. Tu eri perfetto, io non lo sono mai stata e non lo sarò mai.

Non dovevo pensare, dovevo vivere la mia vita ad un ritmo velocissimo per non avere nemmeno il tempo di ricordarmi il tuo nome. Eppure tutta quella velocità non ha fatto altro che rompere qualcosa che si stava già logorando da tempo: me stessa.

M.

E tu, saresti capace di starmi accanto? Alberto

Era troppo importante, troppo impegnativo, troppo emotivamente ingestibile per me.
Quando ti ho vista ho detto: “Eccola!” Ma dopo un po’ mi sei sfuggita tra le mani per il mio modo di fare e di comportarmi. Eri solo mia e di nessun altro. Ti avevo chiuso nel mio mondo, perchè dicevo a me stesso che lì fuori c’è gente violenta: quella violenza che ti strappa l’anima, che succhia il tuo sangue, che ti volta le spalle, ma mentre mi dicevo questo, lo stavo facendo io a te. Ti stavo succhiando l’anima.
Non lo facevo apposta, non lo facevo io, prima non ero così, prima ridevo al sole, prima mi facevo accarezzare dal vento. Sono successe tante cose, troppe, quel troppo che ti viene voglia di buttarti come una spazzatura. Sto continuando a scrivere sull’amore, quello che non si vede quello che non si tocca, quello che non si sente.

Per quanto riguarda te, ti ho detto aspettami…aspetta che la mia testa si regoli un po’, si stabilizzi sulla lunghezza d’onda di ciò che vuole.
Aspettami dietro l’angolo e starò lì con una rosa bianca, vestito di blu, per baciarti forte. Quel forte che ti toglie il respiro.

“Ti sfioro con le mani, tu sei di spalle. Non mi guardi. Mi respiri.

Cammino davanti a me, dietro allo specchio non c’è nulla, solo un tuo ricordo.”

(Alberto)